- Parco Bolasco
Villa e Parco Revedin-Bolasco - La visita al compendio Revedin-Bolasco consente di percorrere quattro secoli di storia della città di Castelfranco Veneto, perché sebbene villa e parco siano stati edificati nel 1853, la vicenda di quest'area non è solo ottocentesca. Nel corso dei Quattrocento il sito era infatti appartenuto ai Tempesta e successivamente ai Morosini, che l’avevano organizzato con una tal magnificenza da tramandarlo alla storia con la denominazione "il Paradiso". Successivamente passato nelle mani dei Corner del ramo della "Ca' Granda" (con il matrimonio tra Maria Morosini e Jacopo Corner, il nipote della regina Caterina Cornaro), era stato ridisegnato da Vincenzo Scamozzi nel 1607, e quindi nuovamente progettato alla fine dei Seicento, secondo i caratteri della grandiosità e dello sfarzo propri dei gusto barocco. Ora, sebbene l'area venga gravemente manomessa all'inizio dell'Ottocento, quando palazzi e adiacenze sono rasi al suolo ed il giardino è ridotto ad arativo, il luogo conserva architetture ed opere statuarie delle tre sistemazioni precedenti che gli conferiscono particolare suggestione. Di notevole interesse è anche il patrimonio arboreo del parco che comprende sia individui secolari, anche se comuni, che entità degne di nota.
La Villa viene
edificata nel 1852 da Francesco Revedin su progetto di Giovanni
Battista Meduna che ha l'incarico di "pensare" villa e giardino.
Il complesso edilizio è
però
posizionato diversamente rispetto agli interventi dei XV e XVII secolo,
risultando collocato più ad Ovest, oltre la parte di lago
occupata un tempo
dalla Peschiera Vecchia, ed anche spostato più a Sud,
allineato lungo la
strada. Gli
edifici, che si articolano
attorno a due corti, sono costituiti dalla parte padronale e dalle
adiacenze agricole. Il
nucleo padronale, formato da due ali fra
loro ortogonali, si allinea con un lato lungo la strada di Borgo
Treviso,
mentre l'altro, più privato, affaccia sul Parco. Le adiacenze agricole poi,
con il loro sviluppo ad elle,
delimitano gli altri due lati dello spazio, che l'edificio destinato
alle
scuderie separa in due corti distinte: quella agricola a Nord e quella
padronale a Sud. Villa
e servizi
costituiscono dunque un insieme unitario, ma anche, e sempre,
formalmente
distinto, come documenta la stessa facciata principale dei complesso,
quella
che affaccia su Borgo Treviso. Qui
infatti il punto d'incontro fra il corpo padronale e le adiacenze
agricole è
sottolineato dall'uso di un linguaggio formale diverso: così
sulla modulazione
di tinte lievi, di decori misurati e di simmetrie della villa, spicca
la
decorazione bianca e rosata a losanghe che trasforma questa parte di
Sud-Ovest
in un corpo a sé stante, caratterizzato dall'arco ogivale
che introduce alle
dipendenze e dall'elegante bifora quadrilobata del primo piano. E il linguaggio formale di
quest'ala di
Sud-Ovest si ritrova nuovamente all'interno della corte rurale. Qui, ortogonalmente
all'ala più lunga dell'edificio
che si articola su due piani, si sviluppa il corpo a tre piani dei
granai che
nell'angolo di Nord-Est ripropone il linguaggio "gotico" della
facciata: l'ampio arco ogivale al piano terreno, sormontato da una
bifora
(bifora in realtà tagliata a metà dal solaio fra
il primo e il secondo piano).
Ma la fatica maggiore che
Giovanni Battista Meduna affronta nella progettazione di villa
Revedin-Bolasco
è quella legata allo scalone, al quale l'architetto lavora
per più di due anni,
tra il 1853 e il 1855.
Oltre lo scalone, l'attenzione dei Meduna si ferma circa gli interni sulla Sala da ballo, che, stando ai bozzetti ad acquarello che si conservano, doveva essere risolta secondo un superbo concetto di decorazione in perfetta coerenza con il progetto architettonico generale dell'edificio. La Sala, di circa 180 mq., è a doppia altezza, e si apre, verso il Parco, con quattro finestre e una porta centrale, sia al piano terra che al primo piano.
Le
Scuderie.
La
costruzione
delle scuderie fu
impresa difficile che impegnò committente e progettista in
una fitta
corrispondenza dall'8 Maggio 185 22 Febbraio 1853. Le osservazioni di
Francesco
Revedin erano di tipo economico, ma soprattutto nascevano dalla grande
passione
per i cavalli; quelle di Giovanni Battista Meduna erano unicamente
legate alla
necessità di salvaguardare la coerenza stilistica
dell'intero complesso. Il
risultato di questo continuo confronto fra esigenze funzionali ed
attenzioni
formali porterà ad un edificio che risulta essere il corpo
di fabbrica più
elegante dell'intero complesso.
Le Serre
e la Cavana.
Quando nel 1868 ai Revedin succede la famiglia Rinaldi, l'incarico di portare a termine il Parco viene affidato all'architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin, il creatore di giardini più originale nel Veneto del secondo '800. L'architetto, nell'intervento di Parco Revedin-Bolasco, mostra di saper usare con grande proprietà tutto il ricco bagaglio di elementi fornito dai manuali inglesi: traccia i percorsi serpeggianti dei Parco, i bordi frastagliati dei lago, e le svariate isolette, che collega con eleganti ponticelli in ferro. Ma l'intervento più significativo è quello rappresentato dalla serra, edificata su un'isoletta dei lago, in quella parte di lago occupata un tempo dalla Peschiera Vecchia. Si tratta di un edificio arcuato, di gusto ispano-moresco, che dà un tocco Liberty all'intero Parco.

La
Cavallerizza. Il primo progetto ottocentesco
dei parco è quello di Giovanni Battista Meduna, che nel 1852
ne stabilisce i
caratteri generali secondo il gusto romantico dei tempo, prevede il
riassetto
del muro di cinta e la costruzione di una serra (che non
verrà mai edificata).
Ma Francesco Revedin non si ferma al Meduna, interpella i più autorevoli architetti di giardini dei tempo, come Francesco Bagnara e Marc Guignon, che conosce in casa Papadopoli-Aldobrandini a Venezia, dove i due progettisti intervengono nella definizione dei parco: il Bagnara nella sistemazione prima, il Guignon nelle modifiche successive dei 1863.
Spartendosi i compiti intervengono anche nel Parco di Castelfranco: Fran cesco Bagnara si limiterà a predisporre il terreno con rialzi ed avvallamenti, mentre è di Marc Guignon l'idea di realizzare la cavallerizza che sarebbe servita a sfrenare nella corsa i cavalli dei conte Revedin, ma che soprattutto avrebbe consentito di utilizzare le innumerevoli statue di Orazio Marinali. Le statue in pietra di Custoza ornavano il grande viale centrale dei giardino Barocco della seconda metà del XVII secolo, quel viale che si apriva a Sud con il portale costituito dai due palazzi uguali e simmetrici ormai scomparsi, e a Nord con quello formato dai due pilastri sormontati da statue equestri, ancora visibili.
